
Aumentare fiducia, sicurezza e competenze sociali, rispetto dei tempi, distanze ed emozioni.
Ci sono cani che entrano in una situazione nuova con entusiasmo e curiosità e altri invece che preferiscono fermarsi rallentare un momento ed osservare.
Ad esempio cani che, davanti a una persona sconosciuta, arretrano; altri evitano una mano tesa verso di loro, alcuni hanno bisogno di tempo prima di avvicinarsi.
Oppure ci sono soggetti che in un ambiente o situazione hanno bisogno di restare vicini alla propria persona di riferimento.
Ancora cani che davanti ad un proprio simile preferiscono aumentare la distanza anziché andare subito incontro.
Spesso questi comportamenti vengono visti e descritti semplicemente dicendo: “È timido”
Oppure: “È poco socializzato”, “Ha paura di tutto”, “Deve abituarsi”
Ma dietro comportamenti apparentemente simili ci possono essere motivazioni, emozioni e storie molto diverse!
E soprattutto, chi l'ha detto che un cane prudente, timido o diffidente deve necessariamente essere un cane che deve essere “corretto”, "aggiustato" a tutti i costi?
A volte basta saperlo capire, riconoscere i limiti ed accettarlo per quello che!
Anche noi "super umani" abbiamo i nostri limiti!
Cosa si può fare?
"Semplicemente" aiutarlo imparando a leggere ciò che sta comunicando e creare le condizioni perché possa affrontare il mondo sentendosi progressivamente più sicuro e competente.
Timidezza, diffidenza e paura vengono spesso utilizzate come sinonimi, ma non indicano necessariamente la stessa condizione.
Un cane può avere un temperamento particolarmente prudente e preferire osservare prima di entrare in relazione.
Può essere diffidente nei confronti di ciò che non conosce, ma diventare disponibile all’interazione quando ha avuto il tempo necessario per raccogliere informazioni.
In altri casi può sentirsi insicuro soltanto in alcune situazioni: con determinate persone, in ambienti affollati, davanti a rumori improvvisi o durante l’incontro con altri cani.
Oppure può manifestare vere e proprie risposte di paura.
Per questo non è sufficiente osservare un comportamento isolato.
Un cane che si allontana quando una persona cerca di accarezzarlo potrebbe avere paura, ma potrebbe anche semplicemente non desiderare quel tipo di contatto.
Allo stesso modo, un cane che non vuole avvicinarsi a un altro cane potrebbe sentirsi insicuro oppure possedere buone competenze comunicative e scegliere di evitare un’interazione che non ritiene necessaria, anche perché riconosce che l'interazione con l'altro soggetto ha bisogno di questo approccio.
Prima di domandarci come modificare un comportamento, dovremmo quindi chiederci:
Che cosa sta cercando di comunicarci questo cane?
Non esiste una sola causa.
Il comportamento di un cane nasce dall’incontro tra caratteristiche individuali, predisposizioni, esperienze e ambiente.
Possono avere un ruolo la genetica e il temperamento, le esperienze vissute nelle prime fasi della vita, la socializzazione, eventuali esperienze negative, cambiamenti importanti, oppure semplicemente una storia che non conosciamo completamente.
Anche l’età, lo stato emotivo e il contesto possono modificare profondamente la risposta del cane.
Lo stesso individuo può essere perfettamente tranquillo in un ambiente conosciuto e molto più prudente in un luogo nuovo.
Può sentirsi a proprio agio con alcune persone e mantenere invece le distanze da altre.
In determinati periodi della vita può inoltre apparire temporaneamente più sensibile o vulnerabile.
Per questo cercare necessariamente “il trauma” che spiega tutto rischia di essere fuorviante.
Non sempre esiste un singolo episodio all’origine della difficoltà.
Molto più utile è osservare come il cane vive oggi determinate situazioni e quali condizioni gli permettono di affrontarle meglio.
Per comprendere meglio alcuni cani timidi o diffidenti è utile parlare anche di stress.
Ormai lo sanno anche i sassi!
Lo stress, di per sé, non è qualcosa di negativo.
È una risposta fondamentale che permette all’organismo di adattarsi alle richieste dell’ambiente.
Quando un animale percepisce qualcosa di potenzialmente pericoloso o impegnativo, aumenta la vigilanza, vengono mobilitate energie e il corpo si prepara a reagire.
Il problema nasce quando l’attivazione è molto intensa, si ripete frequentemente oppure il cane non ha sufficienti possibilità di recuperare.

Perché questo sistema si attivi, inoltre, non è necessario che esista un pericolo reale.
Conta ciò che quel cane percepisce come significativo o minaccioso.
Per un cane la minaccia può essere:
- una persona che gli cammina incontro
- un ambiente sconosciuto
- l’arrivo di ospiti
- un rumore improvviso o un cane che compare dietro un angolo o ne percepisce l'odore in quanto è passato poco prima marcando banalmente il territorio con l'urina o feromoni delle zampe.
E se durante la giornata o per un periodo affronta situazioni impegnative, senza sufficienti momenti di recupero (che sono individuali), anche qualcosa che in altra situazione sarebbe gestibile può diventare veramente difficile da affrontare.
Per questo, davanti a una reazione intensa, a volte non dovremmo domandarci soltanto:
“Che cosa è successo in questo momento?”
Ma anche:
“Che giornata / periodo ha avuto questo cane prima di arrivare a questo punto?”
Il cortisolo è uno degli ormoni coinvolti nella risposta allo stress.
Abbassare il cortisolo è più facile a dirsi che a farsi
Il suo aumento temporaneo fa parte della normale capacità dell’organismo di rispondere alle difficoltà.
Nella vita quotidiana non dobbiamo quindi inseguire un ipotetico cane “senza stress”.
Possiamo invece favorire condizioni nelle quali il cane riesca ad affrontare ciò che accade e successivamente tornare verso uno stato di maggiore equilibrio.
Un cane timido o insicuro non è, per definizione, un cane pericoloso.
Molti cani davanti a qualcosa che li preoccupa cercano prima di tutto di evitare il conflitto: rallentano, si allontanano, si immobilizzano o cercano una via di fuga.
Però, il loro disagio può essere sottovalutato e si pensa : “Non fa niente, ha soltanto paura", oppure lo si mette troppo in "scacco".
E così può capitare che vengano avvicinati, toccati o trattenuti e i poveri cani nonostante stiano cercando di comunicare in tutti i modi possibili che hanno bisogno di maggiore distanza, possano avere una reazione di difesa o di aggressività.
Può accadere che la paura diventi la base di una risposta difensiva.
Quando il cane percepisce qualcosa come troppo vicino, non riesce ad allontanarsi oppure i suoi precedenti tentativi di evitare l’interazione non hanno funzionato, può ricorrere ad altre strategie.
Può ringhiare, abbaiare, mostrare i denti, scattare o arrivare a mordere.
Queste azioni hanno un significato molto semplice: creare quella distanza che il cane non è riuscito a ottenere in altro modo.
Ecco che diventa un cane aggressivo o considerato pericoloso.....Ma lui ci aveva provato a dare delle avvisaglie.
Questo non significa che ogni cane timido o impaurito arriverà a mordere.
Significa però che la timidezza non va confusa con l’assenza di rischio e che i segnali di disagio meritano di essere ascoltati prima che il cane senta la necessità di alzare il livello della propria comunicazione.
Qui entra in gioco un concetto utile: l’arousal.
Possiamo definirlo, in maniera "semplice", come il livello di attivazione dell’organismo e del sistema emotivo in un determinato momento.
Un certo livello di attivazione è normale e necessario per esplorare, giocare, imparare, interessarsi a ciò che accade e reagire all’ambiente.
Quando però l’attivazione aumenta molto, il cane può avere progressivamente meno possibilità di fermarsi, raccogliere informazioni e scegliere tra strategie differenti.
Possiamo immaginarlo così:
BASSA ATTIVAZIONE → ATTIVAZIONE GESTIBILE → ALTA ATTIVAZIONE → OLTRE SOGLIA
In una condizione gestibile il cane può ancora osservare, annusare, esplorare, prendere informazioni, allontanarsi e tornare a rivolgere l’attenzione verso di noi o verso l’ambiente.
Avvicinandosi alla propria soglia può diventare più vigile, più teso e meno flessibile.
Quando quella soglia viene superata, la risposta può diventare molto più rapida e automatica.
La soglia però non è una linea fissa e uguale ogni giorno.

Stress accumulato, stanchezza, dolore, ambiente, distanza dallo stimolo ed esperienze precedenti possono modificarla.
Questo spiega perché lo stesso cane possa affrontare bene una situazione in un’occasione e trovarla molto più difficile in un’altra.
Lavorare sotto soglia non significa tenere il cane in una campana di vetro. Significa creare condizioni nelle quali sia ancora sufficientemente disponibile per osservare, apprendere e costruire nuove competenze.
C’è però un’altra distinzione importante.
Immaginiamo due cani molto attivati.
Uno sta giocando con entusiasmo con un compagno conosciuto.
L’altro sta cercando di allontanarsi da qualcosa che teme.
Entrambi possono avere un arousal elevato, ma stanno vivendo esperienze profondamente diverse.
Per comprendere meglio uno stato emotivo possiamo considerare due dimensioni:
AROUSAL = quanto è intensa l’attivazione
VALENZA = se l’esperienza tende a essere vissuta in modo positivo o negativo
In maniera molto semplificata:
| Valenza negativa | Valenza positiva | |
| Arousal alto | paura, forte preoccupazione, frustrazione | entusiasmo, gioco intenso, forte aspettativa |
| Arousal basso | ritiro, passività, abbattimento | calma, rilassamento, appagamento |
Questo modello non serve ad "appiccicare" un’etichetta precisa a ogni comportamento.
Ci ricorda piuttosto che osservare soltanto “quanto è agitato” un cane può essere fuorviante.
Anche un cane felice può essere molto attivato.
Anche un cane in difficoltà può apparire quasi immobile.
Movimento non significa necessariamente benessere e immobilità non significa necessariamente calma.
Arousal, soglia e valenza sono concetti utili nella lettura di tutti i cani. Nel caso di un cane timido o diffidente diventano particolarmente interessanti perché ci aiutano a capire quanto margine abbia ancora per affrontare ciò che gli sta accadendo.

Quando pensiamo a un cane impaurito immaginiamo facilmente un animale che trema, scappa o cerca di nascondersi.

In realtà il disagio può manifestarsi molto prima e in maniera più sottile.
Un cane può:
Nessuno di questi segnali, preso singolarmente, permette automaticamente di dire che il cane abbia paura o sia stressato.
Il comportamento deve sempre essere letto nel suo contesto.
Questo però non significa che questi segnali non ci forniscano informazioni importanti.
La tipologia del segnale, la frequenza con cui compare, la sua durata, l’intensità e la modalità con cui viene espresso possono darci indicazioni sullo stato emozionale del cane e sul suo livello di attivazione.
Uno stesso comportamento può infatti essere emesso in modo molto diverso a seconda del “volume” dell’emozione che il cane sta vivendo.
Un breve distogliere lo sguardo, per esempio, non ha necessariamente lo stesso significato di una sequenza nella quale il cane distoglie ripetutamente lo sguardo, irrigidisce il corpo, arretra e cerca insistentemente una via di uscita.

Non dobbiamo quindi interpretare i segnali come "parole di un dizionario", dove a ogni gesto corrisponde automaticamente un significato.
Dobbiamo piuttosto osservarli insieme, nel loro sviluppo e all’interno della situazione nella quale vengono emessi.
È proprio l’insieme di questi elementi che può aiutarci a comprendere se l’attivazione sta crescendo e se il cane si sta avvicinando alla propria soglia.
Riconoscere questi segnali ci permette spesso di intervenire prima che il cane senta la necessità di utilizzare strategie più evidenti.
Quando un cane è timido o diffidente, uno dei consigli più frequenti è esporlo il più possibile a ciò che lo mette in difficoltà.
Esperienze "forzate" del tipo:
- Portare il cane in mezzo alla gente, così si abitua
- Fallo accarezzare
- Avvicinalo agli altri cani
- Deve capire che non succede niente
fine a se stesse non garantiscono un’esperienza positiva.
Immergere in una situazione difficile senza avere possibilità di: allontanarsi, scegliere o recuperare può aumentare ulteriormente il disagio.
Se dopo un po il cane smetta di sottrarsi o quanto meno ci prova, non significa necessariamente che si senta meglio e che abbia capito, vissuto un'esperienza "formativa e positiva".
Abituarsi non significa sopportare.
Un’esperienza è utile quando il cane riesce ancora a osservare, annusare, spostarsi e scegliere.
Ad esempio, davanti a una persona / cane sconosciuti che lo mettono a disagio li può guardare ad una certa distanza, allontanarsi se ne sente il bisogno e magari riavvicinarsi quando si sente pronto.
Se è già completamente sopraffatto, insistere difficilmente aumenterà la sua sicurezza, apprendimento e solidità.

A volte il modo migliore per aiutare un cane ad avvicinarsi a qualcosa è permettergli inizialmente di stare più lontano.
Può sembrare un paradosso.
Eppure la distanza può trasformare una situazione ingestibile in qualcosa che il cane riesce a osservare e comprendere.
Immaginiamo un cane in difficoltà davanti alle persone sconosciute.
A un metro potrebbe irrigidirsi, tentare di fuggire oppure abbaiare.
A dieci metri potrebbe riuscire a osservare quella stessa persona, annusare, guardarsi intorno e continuare a esplorare.
In quel momento sta facendo qualcosa di estremamente importante: sta raccogliendo informazioni senza essere sopraffatto.
La distanza quindi non rappresenta un fallimento.
Può diventare uno strumento che permette al cane di sentirsi sufficientemente sicuro da apprendere.
E in un contesto urbano?
Non sempre possiamo rispettare distanze e tempi ideali. Quando possibile riduciamo la pressione; quando non lo è, aiutiamo il cane a superare il momento e a recuperare.
Intanto lavoriamo perché resti sempre più spesso entro una soglia gestibile.
E se non diventerà un "campione"? Pazienza: riconoscere e gestire i propri limiti è già un grande traguardo.

Quello che può fare la grande differenza nella vita di un cane timido o diffidente è avere una certa possibilità di scelta nel:
Avvicinarsi, fermarsi, allontanarsi, guardare, non interagire, tornare successivamente ad avvicinarsi se se la sente.
Tutto ciò permette al cane il controllo sulla situazione, ma non è detto che arrivi a controllarla.
Immaginate l'incontro con una persona sconosciuta.
Se il cane viene trattenuto mentre qualcuno gli si avvicina frontalmente, si china su di lui e cerca immediatamente di accarezzarlo, ha pochissime possibilità di comunicare ciò che desidera.
Se invece quella persona evita di invaderlo e gli lascia spazio, il cane può decidere se e quando avvicinarsi.
A volte lo farà., altre rimarrà a distanza.
Tutte e due le situazioni possono andare bene. L'obiettivo non dovrebbe essere ottenere a tutti i costi un’interazione.
L’obiettivo è permettere al cane di sentirsi abbastanza sicuro da poter scegliere.
Quando un cane è diffidente si pensa spesso che debba “socializzare di più”.
Ma avere buone competenze sociali non significa necessariamente salutare ogni persona o incontrare continuamente altri cani.
Un cane socialmente competente può anche osservare un altro cane e proseguire.
Può mantenere una distanza, comunicare di non essere interessato.
Oppure può avvicinarsi, raccogliere informazioni e poi allontanarsi.
Anche questa è competenza sociale.
La qualità delle esperienze è spesso molto più importante della quantità.
Dieci incontri vissuti in tensione difficilmente renderanno un cane più sicuro.
Un incontro nel quale ha potuto osservare, scegliere, avvicinarsi con i propri tempi e allontanarsi quando ne sentiva il bisogno può invece diventare un’esperienza preziosa.
Ogni cane, ogni famiglia e ogni contesto sono diversi: per questo non esistono percorsi standard validi per tutti.
Anche nel lavoro con un cane timido o diffidente è importante partire dall’osservazione del singolo individuo, dell’ambiente nel quale vive e delle difficoltà che emergono nella quotidianità.
Un approccio basato su osservazione, comunicazione e rispetto della relazione tra cane e famiglia permette di individuare obiettivi realistici e modalità di lavoro compatibili con le caratteristiche del cane.
Esistono però alcune condizioni che possono favorire sicurezza e fiducia.
Routine sufficientemente stabili, modalità coerenti di relazione e situazioni comprensibili possono offrire una base sicura dalla quale affrontare gradualmente esperienze nuove.
Se il cane riesce a osservare una situazione soltanto mantenendo una certa distanza, quella può essere la distanza giusta in quel momento.
Non tutte le difficoltà devono essere affrontate da vicino.
Non tutti i cani desiderano essere toccati dalle persone che incontrano e non devono salutare ogni cane.
Evitare alcune interazioni non significa necessariamente alimentare la paura.
A volte significa semplicemente evitare di aggiungere pressione inutile.

Quando possibile, permettere al cane di decidere se avvicinarsi, fermarsi o allontanarsi può cambiare profondamente il significato dell’esperienza.
Passeggiate in ambienti adeguati, attività olfattive, esplorazioni e piccole situazioni nelle quali il cane può prendere decisioni possono contribuire alla costruzione delle sue competenze.
Anche il “non fare” è importante.
Dormire, riposare e avere momenti nei quali non è necessario affrontare continuamente stimoli e richieste permette al cane di recuperare dalle esperienze più impegnative.
La persona di riferimento può rappresentare una base sicura.
Il che non significa proteggere il cane da qualsiasi difficoltà.
Significa aiutarlo ad affrontare esperienze compatibili con le sue capacità del momento, sapendo che può trovare sostegno quando ne ha bisogno.

Un’altra convinzione molto diffusa è che accarezzare, parlare o offrire vicinanza a un cane spaventato possa “premiare” la paura.
Ma un’emozione non funziona semplicemente come un comportamento eseguito per ottenere una ricompensa.
Se il cane cerca spontaneamente vicinanza e quel contatto lo aiuta a sentirsi più sicuro, non c’è motivo di ignorare automaticamente la sua richiesta.
Anche qui dobbiamo però osservare l’individuo.
Alcuni cani cercano il contatto fisico.
Altri preferiscono semplicemente rimanere vicino alla propria persona.
Altri ancora hanno bisogno soprattutto di spazio.
Non dobbiamo imporre neppure la rassicurazione.
La domanda non è:
“Devo consolarlo oppure no?”
Ma:
“Che cosa aiuta questo cane, in questo momento, a ritrovare sicurezza?”
Un cane può fare progressi enormi senza diventare un animale che desidera salutare chiunque.
E non è necessario che lo diventi.
Un cane inizialmente molto prudente potrebbe imparare a entrare serenamente in un ambiente nuovo pur preferendo non essere toccato dagli sconosciuti.
Potrebbe riuscire a incontrare altri cani mantenendo una distanza adeguata senza entrare necessariamente in relazione.
Potrebbe recuperare più velocemente dopo qualcosa che lo ha sorpreso.
Oppure iniziare a esplorare anziché immobilizzarsi.
Questi sono progressi importanti.
La sicurezza non coincide con l’estroversione.
Un cane sicuro può essere anche discreto, selettivo e poco interessato ad alcune interazioni sociali.
Nel percorso di un cane timido o diffidente possono esserci giornate molto diverse.
Una situazione affrontata tranquillamente ieri potrebbe risultare più difficile oggi.
Non significa necessariamente essere tornati indietro.
Cambiano la stanchezza, l’ambiente, la distanza, gli stimoli presenti e tutto ciò che il cane ha vissuto prima di quel momento.
Per questo è più utile osservare l’evoluzione nel tempo che giudicare ogni singolo episodio.
Una domanda interessante può essere:
Quanto tempo impiega oggi questo cane a recuperare dopo una situazione difficile rispetto a qualche mese fa?
Anche recuperare più velocemente, saper prendere distanza, cercare una soluzione alternativa o tornare a esplorare sono segnali di crescita.
Essere prudenti o selettivi non rappresenta necessariamente un problema.
Può però essere utile chiedere un supporto quando la difficoltà limita in maniera significativa la vita quotidiana del cane o della famiglia.
Per esempio quando il cane:
In questi casi può essere utile costruire un percorso individuale.
I [percorsi personalizzati di educazione cinofila a Padova] [LINK LANDING EDUCAZIONE CINOFILA] possono partire proprio dall’osservazione del cane nei contesti nei quali vive le maggiori difficoltà, con l’obiettivo di aiutare lui e la sua famiglia a vivere la quotidianità con più serenità.
Come educatrice cinofila, durante il primo incontro osservo il comportamento del cane, le sue risposte, l’ambiente, le abitudini familiari e le dinamiche presenti, per individuare priorità e obiettivi di lavoro realmente adatti a quel cane e a quella famiglia.
Un percorso di educazione cinofila a domicilio può essere particolarmente utile perché permette di osservare alcune difficoltà direttamente nei contesti nei quali si manifestano.
Quando il cambiamento è improvviso o particolarmente marcato è inoltre opportuno confrontarsi con il veterinario, perché dolore e condizioni fisiche possono influenzare profondamente il comportamento.
Convivere con un cane timido o diffidente può richiedere attenzione e pazienza.
Ma forse la cosa più importante è modificare la domanda.
Non:
“Come faccio a farlo smettere di avere paura?”
Piuttosto:
“Come posso aiutarlo a sentirsi abbastanza sicuro da affrontare questa situazione?”
La fiducia non nasce costringendo il cane ad affrontare ciò che teme.
Si costruisce attraverso esperienze nelle quali può osservare, comprendere, scegliere e scoprire progressivamente di possedere strumenti per affrontare ciò che lo circonda.
A volte significa avvicinarsi.
Altre volte significa permettergli di allontanarsi.
In alcuni momenti può essere utile incoraggiarlo.
In altri semplicemente aspettare.
E significa anche ricordare che dopo una difficoltà può essere necessario recuperare.
Quando il cane scopre che i suoi segnali vengono ascoltati, che può influire su ciò che gli accade e che la persona che ha accanto può rappresentare una presenza affidabile, proprio da lì possono iniziare a crescere autonomia, sicurezza e fiducia.
Rispettare i tempi di un cane non significa rinunciare ad aiutarlo a cambiare.
Significa creare le condizioni perché quel cambiamento possa davvero appartenergli.
Robert M. Sapolsky – Why Zebras Don’t Get Ulcers
Una lettura divulgativa sui meccanismi dello stress e sulle conseguenze dell’attivazione prolungata dell’organismo.
Beerda B. e collaboratori
Studi sulle risposte comportamentali e fisiologiche allo stress acuto e cronico nel cane.
Flint H.E. e collaboratori – Evaluation of indicators of acute emotional states in dogs
Studio sull’interpretazione degli stati emotivi del cane attraverso le dimensioni di valenza e arousal.
James A. Russell – A Circumplex Model of Affect
Il modello teorico del circomplesso affettivo basato sulle dimensioni di valenza e arousal.
Non necessariamente. Socializzare non significa incontrare continuamente persone o cani. Per alcuni soggetti, aumentare troppo il numero di interazioni può accrescere la pressione. Conta soprattutto la qualità dell’esperienza: poter osservare, mantenere una distanza adeguata, scegliere se avvicinarsi e allontanarsi quando serve.
No, non in modo automatico. La paura è un’emozione, non un comportamento che viene semplicemente “premiato”. Se il cane cerca spontaneamente vicinanza e il contatto lo aiuta a sentirsi più sicuro, può essere utile offrirglielo. Alcuni cani, invece, preferiscono spazio: va sempre osservato il singolo individuo.
Quando l’attivazione aumenta molto, il cane può diventare più rigido, vigile, meno flessibile e più reattivo. Può smettere di esplorare, annusare o raccogliere informazioni e rispondere in modo più rapido e automatico. La soglia non è fissa: può cambiare in base a stress accumulato, stanchezza, dolore, ambiente e distanza dallo stimolo.
